Pubblichiamo in questa sezione lo scambio di opinioni tra il Preside di Scienze Politiche Virgilio Mura e gli attuali candidati rettori.
Care Colleghe e cari Colleghi,
Il confronto pubblico sul futuro del nostro Ateneo non riesce a decollare. Il dibattito langue e sul principale dei problemi, che riguarda la situazione economico-finanziaria, è calato addirittura un silenzio assordante.
Eppure, i tagli previsti dalla legge finanziaria 2008 e l’annunciato aumento percentuale del fondo destinato al cosiddetto riequilibrio (ossia alla premialità) rischiano di crearci serie difficoltà, a cominciare dal 2010, se non riusciremo a predisporre fin da ora adeguate contromisure.
L’anno prossimo il taglio sul nostro Fondo di funzionamento ordinario dovrebbe aggirarsi intorno ai 6-7 milioni. Potremo forse fronteggiare la situazione attingendo ai fondi di riserva. E nel 2011, quando la stangata si ripeterà? La riduzione del contributo pubblico nell’ordine di 12-14 milioni nell’arco di due anni rischia di metterci in ginocchio, perché porterebbe l’incidenza dei costi fissi (gli stipendi del personale) a superare l’importo del fondo di finanziamento ordinario.
Anche se azzerassimo il turn-over – ed è impensabile, perché un Ateneo che smette di reclutare ricercatori accelera semplicemente il proprio declino, si vota al suicidio – non riusciremo probabilmente ad evitare il dissesto finanziario.
Di fronte a questa prospettiva l’unico atteggiamento che non possiamo permetterci è quello di continuare a pensare e ad operare come se vivessimo una stagione di ordinaria normalità.
Se non prendiamo consapevolezza della gravità della situazione e non ne traiamo le conseguenze, in termini di obiettivi e di comportamenti, nei prossimi mesi andremo ad eleggere il rettore di un Ateneo che corre seriamente il rischio di essere commissariato.
Insomma, non possiamo far finta di niente né limitarci a sperare nella nostra buona stella. Dopo il disastro in Abruzzo e in tempi di recessione economica mondiale e di debito pubblico nazionale fuori controllo, nulla è più illusorio che attendersi dal governo una correzione della manovra finanziaria a favore delle Università. I tagli saranno confermati, ma non saranno indiscriminati. Saranno discriminanti: distingueranno a seconda dei risultati che gli Atenei saranno in grado di esibire sotto il profilo della qualità della ricerca e della didattica.
Il che significa che l’unica possibilità di ridurre i danni – oltre all’aumento delle entrate “esterne”, comprese le tasse studentesche – è legata alla nostra capacità di operare con successo per attingere una percentuale maggiore della quota destinata alla premialità (al riequilibrio), cioè per compensare, almeno in parte, la perdita sul consolidato storico.
In altre parole, la situazione è grave, ma diventerà irrecuperabile se nel frattempo staremo con le mani in mano. Occorre perciò impegnarsi a migliorare il nostro rendimento soprattutto sul versante della didattica, dove i risultati sono a dir poco disastrosi (il 40% degli studenti abbandona dopo il primo anno, il 37% è inattivo, il 74% si laurea fuori corso).
Solo se risaliremo la china, se scaleremo posizioni nella classifica nazionale, ottenendo porzioni maggiori della torta della premialità, possiamo sperare di cavarcela.
Ed è questo l’obiettivo prioritario che ci dobbiamo porre per il prossimo triennio. Non sarà facile, ma neanche impossibile, purché si riesca ad interpretare correttamente l’autonomia e ad agire, di conseguenza, secondo una logica di sistema.
L’autonomia è una maschera totemistica se è sganciata dalla responsabilità, cioè dal dovere di rendere conto dei risultati ottenuti e di accettare di essere valutati sulla base di questi.
Rettamente intesa, l’autonomia implica il procedere per obiettivi, che devono essere realistici e definiti in modo chiaro riguardo ai contenuti e ai tempi di realizzazione. Ma implica anche operare secondo una logica di sistema, in grado di individuare obiettivi comuni e di elaborare una visione strategica intorno alla quale rimodulare le pressioni settoriali e disciplinare le istanze di tipo particolaristico per trasformarle in energia positive per l’intero sistema.
Perfino le riforme istituzionali – il problema della governance, prossimo a trovare una soluzione legislativa ( è stato depositato al Senato un disegno di legge delega al governo, che dovrebbe essere approvato prima dell’estate) - risulterebbero inutili se si coltivasse una concezione distorta dell’autonomia.
Ma se sono i risultati a determinare i possibili premi per il sistema-Ateneo, il sistema-Ateneo deve premiare a seconda dei risultati facoltà, dipartimenti e apparato amministrativo, introducendo un metodo di governance interna volto a incentivare comportamenti “virtuosi” e a valutare il merito non solo delle singole strutture ma anche dei singoli operatori (dal decano dei professori ordinari al più giovane dei ricercatori, dal direttore amministrativo all’ultimo dei funzionari assunti).
A ciascuno il suo: la frase può apparire un’invocazione retorica, ma è, invece, un appello al realismo. Senza questa preliminare riconversione culturale, l’auspicato miglioramento delle nostre prestazioni rischia, infatti, di rimanere lettera morta, giacché ciascuno di noi deve avere ben chiare le conseguenze del proprio comportamento in ordine all’acquisizione delle risorse statali.
Per concludere: la gravità della situazione finanziaria potrebbe essere l’occasione per correggere molti nostri errori, derivanti da un malinteso senso dell’autonomia, e per guardare con fiducia al futuro. Ma, allora perché non ne parliamo e, soprattutto, perché il tema è eluso dai candidati alla carica di rettore? Cosa possiamo fare per includerlo nell’agenda?
Cordiali saluti
Lio Mura